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Phoinike nei racconti dei viaggiatori moderni In età moderna ritroviamo Phoinike nei racconti di diversi viaggiatori che visitarono queste zone dell'Epiro. Il racconto di Polibio non era stato dimenticato, ma l'ubicazione precisa dell'antica città, sì. Così per esempio Baldacci la identifica con il centro moderno di Delvina. Galanti invece, che pare non l'abbia visitata, partendo dal nome della città ipotizza l'esistenza di una emporio fenicio dal quale si sarebbe sviluppata la città. W. M. Leake, all'inizio del XIX secolo (1805), visita la collina sovrastante Finiq e la identifica con la città di Phoinike. In quella occasione dà una breve descrizione delle rovine che vede spuntare dal terreno. È lui che per primo ipotizza l'esistenza di un grande teatro. Anche F. C. H. L. Pouqueville, indipendentemente da Leake, si ferma al villaggio e sulla collina nel dicembre del 1807 e nell'estate del 1814. Ma già alla sua prima visita è sicuro che la collina sia da identificare con la città di Phoinike. La descrizione di quello che ha visto è abbastanza breve e veloce e dedica molta attenzione alla zona circostante. La definitiva e sicura identificazione del sito con la città antica è dovuta, in ogni modo, ad Ugolini. L'identificazione avviene sulla base dell'interpretazione delle fonti letterarie antiche e da considerazioni e confronti toponomastici antichi e moderni. I dati archeologici non hanno fatto che appoggiare la sua ipotesi. La Missione Archeologica Italiana in Albania (1926-1927) Come si è detto, è soltanto con le ricognizioni archeologiche di Luigi Ugolini in Albania, all'inizio degli anni Venti del Novecento, che Phoinike viene definitivamente identificata e descritta. Formatosi a Bologna alla scuola di Gherardo Ghirardini, il giovane Ugolini porterà con sé la sua esperienza fondamentale legata all'archeologia preistorica, che gli permetterà di affrontare con gli strumenti di una pionieristica tecnica stratigrafica anche la realtà complessa della città epirota. Ugolini scriverà più volte che, fra tutti i siti archeologici visitati in Albania - un territorio allora ancora quasi vergine sotto il profilo della ricerca - Fenice (come lui ha sempre chiamato la città antica) gli appariva il più stimolante per intraprendere campagne di scavo. Il desiderio divenne realtà, ma per breve tempo, negli autunni del 1926 e del 1927, quando gli fu consentito dirigere due Missioni archeologiche italiane alla sommità della collina. I risultati del suo lavoro furono affidati ad una corposa monografia, pubblicata a Roma nel 1932 (Albania Antica II - L'acropoli di Fenice). Al di là delle parti inevitabilmente caduche del suo lavoro resta lo straordinario rilievo, eseguito in così breve tempo dall'ingegnere della Missione, Dario Roversi Monaco, e molte osservazioni, di cui stiamo constatando, talora con autentica ammirazione, la precisione e spesso l'acutezza. Ugolini lasciò presto Phoinike, trasferendo i lavori della Missione Italiana a Butrinto, dove lo attendevano scoperte certamente più in sintonia con le aspettative del regime fascista, che con grande attenzione seguiva e finanziava le ricerche in Albania. Anche dopo la morte di Ugolini, nel 1936, i nuovi direttori della Missione Italiana, Pirro Marconi e Domenico Mustilli, non ritenero di riprendere le ricerche, che dunque soltanto ora vedono ancora all'opera gli archeologi italiani, dopo più di settanta anni. Le richerche dal secondo dopo-guerra ad oggi A differenza di altri siti Phoinike continuerà a rimanere all'ombra per lungo tempo anche dopo la Guerra. Non ci saranno scavi sistematici sul colle o alle sue pendici fino alla fine degli anni ottanta. Fino ad allora, gli interventi da parte degli archeologi albanesi saranno sempre e soltanto di recupero e di emergenza. Si tratta di ritrovamenti fatti dagli abitanti del villaggio moderno, per di più casuali e saltuari. Uno dei più importanti è stato quello del 1959, quando vennero alla luce una serie di ritratti, di marmo e calcare, e parti di statue. Essi furono rinvenuti sotterrati in una fossa, destinati alla produzione di calce. Il recupero fu condotto dal archeologo albanese Dhimosten Budina. Molti altri frammenti di statue sono venuti alla luce in diverse occasioni, sparse nel territorio. Frequente anche il ritrovamento di tombe di diversa età, in genere costruite di lastre calcaree, di una tipologia ben nota anche da Ugolini (scavi del 1974 in una località ad est di Finiq chiamata Matomara). Frequenti, comunque, in ogni periodo i rinvenimenti di stele e frammenti di statue. Diversi saggi mirati alla comprensione di stratigrafie sono stati eseguiti negli anni Settanta dagli archeologi albanesi, diretti principalmente da Budina, sul pianoro della collina. Importanti gli scavi diretti da Kosta Lako (1980) nella località di Palavli, dove venne alla luce parte di una grande costruzione, del I secolo d.C. e con una seconda fase intorno al II-III secolo d.C.. Nello stesso anno Budina diresse alcuni saggi in diverse parti della necropoli ai piedi del colle nonché sulla sua sommità, dove oltre alle strutture segnalate da Ugolini fu segnalata una piccola parte di un ambiente termale interpretato all'epoca come ginnasio. Altri saggi, sotto la direzione di Budina, si effettuarono nella zona del teatro, identificando parte dell'edificio scenico di età romana. Gli ultimi scavi prima dell'arrivo della Missione Archeologica Italiana furono quelli diretti da Astrit Nanaj negli anni 1989-90. Questi sono anche i soli dei quali disponiamo di una documentazione abbastanza accurata. Nella parte alta della città venne identificata una grande abitazione a doppio peristilio attiva per un lunghissimo periodo di tempo, mentre nella zona della necropoli, ai piedi del colle, fu rinvenuto un monumento funerario a forma di altare di accurata fattura d'età ellenistica. Particolare attenzione è stata riservata alla cinta muraria, sulla quale si sono avuti significativi studi di Neritan Ceka e di Gjerak Karaiskaj.
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